…fin dove l’occhio di un uomo poteva guardare…

La località che dobbiamo raggiungere, per ritirare le arnie e altri materiali per l’allevamento delle api, è Boceda a Massa Carrara. Usciamo dal territorio Veneto percorriamo un tratto in Lombardia, attraversiamo l’Emilia e arriviamo in Toscana.
Il viaggio è monotono. Sembra che la strada non scorra, che ci si muova rimanendo fermi sullo stesso punto. Le poche discontinuità sono affidate all’attraversamento dei fiumi, il Mincio, il Po, il Magra, e alle strette vallate dell’Appennino. Un tempo il passaggio da una regione all’altra non era stabilito da un cartello, ma dalla sorpresa che riservava il territorio e il suo paesaggio. Era come compiere un salto in un’altra dimensione, diversa e distante, sia nel tempo che nella geografia. Perfino la luce era diversa. I segni di specifiche e particolari evoluzioni erano visibili e, soprattutto, ci sollecitavano molte domande. Ci chiedevamo come fosse possibile che, in pochi chilometri, tutto mutasse attorno a noi: la forma delle case, l’ampiezza degli appezzamenti, la diversa intensità di traffico che vedevamo scorrere sulle strade adiacenti all’autostrada. Una sensazione che ci faceva sentire nella posizione di alieni, in quei territori da cui la nostra comprensione rimaneva lontana, come esploratori senza mappa. Ci chiedevamo se era quella una visione d’arretratezza, per l’assenza di intensive costruzioni, con la loro dotazione di camion e auto indaffarate ad intasare il traffico, oppure se vi era una diversa organizzazione delle attività produttive e come questa poteva avvenire.
Si lasciava il territorio Veneto, con il suo caos urbanistico, e mano mano che si procedeva, e si entrava in Lombardia e poi in Emilia, lo sguardo si distendeva sulle sconfinate pianure per arrivare, percorrendo la Cisa, dentro il fascino selvaggio della Toscana.
Oggi il “modello Veneto” ammorba tutta la pianura padana; ovunque strade, contro strade, rotonde, pannelli, sopraelevate, viadotti, case ammucchiate disordinatamente, e soprattutto tanti, tanti capannoni di ogni forma e altezza, tutti di cemento che sorgono in mezzo al cemento. Sono dappertutto in ordine sparso ma soprattutto disordinato. Sembra che un Dio si sia divertito a giocare, incastrandoli, in modo tale che sparisse ogni traccia di verde e di campi coltivati e la visione dell’orizzonte fosse scrupolosamente preclusa.
Quando si intravede qualche campo coltivato non rimanda il pensiero agli spazi sconfinati dove un tempo posavamo lo sguardo. È uno spazio prigioniero, circondato dal cemento, una testimonianza decadente del passato, un buco in attesa di essere riempito con altro cemento. Perfino la luce che investe le piccole foglie di grano rimanda colori smorzati, i colori smunti della prigionia.
Il pane aveva un sapore diverso a seconda del territorio dove si mangiava perché diverse erano le culture, e le colture, che entravano nell’impasto e si affiancavano al lievito durante la cottura. Più di ogni altra cosa il pane era la manifestazione della diversità delle nostre comunità e insieme il simbolo dell’ospitalità.
Oggi, quando ci fermiamo negli Autogrill o entriamo nei supermercati, vediamo tanti tipi di pane, ma si ripetono uguali, con lo stesso gusto, ovunque andiamo. Sono tipi di pane con aggiunte diverse, e spesso improbabili, per soddisfare i gusti che ci vengono indicati dall’ossessionante pubblicità. Questo pane, che mangiamo oggi, ha disarticolato il risultato di culture millenarie, per ricomporne i singoli tratti in un puzzle, aderente alle nuove mode alimentari della globalizzazione. Questo pane ha alla base la perdita di ogni relazione con la terra e con il lavoro, per essere oggetto di fabbricazione nell’universale disegno d’utilizzo delle nuove tecnologie agroalimentari.
È il profitto opposto all’identità, è la gestualità meccanica dell’imboccarsi opposta alla lunga distintiva sedimentazione dei sapori, è lo sguardo sulle meraviglie elettroniche del cruscotto dell’auto opposto alla visione del variegato mutare, con le stagioni, dei nostri paesaggi agrari.
Carichiamo sul furgone le 20 arnie che, tra poco più di un mese, ospiteranno nella nostra fattoria i nuclei di api.
Mentre stiamo tornando penso che queste trasformazioni prive d’intelligenza, o frutto di perverse intelligenze individuali e collettive, sono avvenute prevalentemente a partire dalla metà degli anni 60.
Non possiamo non ricordare le parole della profetica canzone-poesia scritta nel 1971 da Francesco Guccini: “il vecchio e il bambino”

Un vecchio e un bambino si preser per mano
e andarono insieme incontro alla sera;
la polvere rossa si alzava lontano
e il sole brillava di luce non vera…
L’ immensa pianura sembrava arrivare
fin dove l’occhio di un uomo poteva guardare
e tutto d’intorno non c’era nessuno:
solo il tetro contorno di torri di fumo…
I due camminavano, il giorno cadeva,
il vecchio parlava e piano piangeva:
con l’anima assente, con gli occhi bagnati,
seguiva il ricordo di miti passati…
I vecchi subiscon le ingiurie degli anni,
non sanno distinguere il vero dai sogni,
i vecchi non sanno, nel loro pensiero,
distinguer nei sogni il falso dal vero…
E il vecchio diceva, guardando lontano:
“Immagina questo coperto di grano,
immagina i frutti e immagina i fiori
e pensa alle voci e pensa ai colori;
e in questa pianura, fin dove si perde,
crescevano gli alberi e tutto era verde;
cadeva la pioggia, segnavano i soli
il ritmo dell’uomo e delle stagioni…”
Il bimbo ristette, lo sguardo era triste
e gli occhi guardavano cose mai viste
e poi disse al vecchio con voce sognante:
“Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!”