Un orto terapeutico

In questi giorni chiediamo, alle tante persone che abbiamo incrociato nelle nostre attività di fattoria Margherita, di votare il progetto di ortoterapia.

Quando abbiamo ideato e progettato l’orto terapeutico avevamo presente le parole ormai lontane di Franco Basaglia, psichiatra e intellettuale che, come nessun altro, ha rivoluzionato per sempre la psichiatria Italiana e occidentale. “Noi facciamo della pratica, prima della pratica e poi della teoria. Non facciamo prima della teoria e poi della pratica perché questo sarebbe un cammino molto più reazionario di quanto voi non possiate pensare; la teoria è l’a priori scientifico: del vecchio pensiero scientifico. Questo c’è stato molto rimproverato. Non mi sono difeso, ho accettato il rischio dell’empiria. Non avessi accettato questo rischio avrei riciclato inevitabilmente la teoria antica, quella dei testi e dei manuali da cui sono venuto. Avrei soddisfatto una forma di narcisismo intellettuale, avrei tradotto le nuove esperienze dentro un codice e un linguaggio che sarebbe rimasto lo stesso”.

Non erano le parole di un irrazionale, ma la radicale avversione alla “cultura” che intendeva porsi come schermo alle sofferenze, agli esclusi. “Il malato e la malattia, per Basaglia, non possono essere considerati come dati oggettivabili dalla scienza, ma coinvolgono la soggettività del paziente, così come quella del terapeuta e, insieme, il sistema di credenze e valori cui entrambi fanno riferimento”.
Basaglia non accettava la netta separazione tra salute e malattia che, affermava, è il diretto prodotto dell’ideologia medica “nel momento in cui la salute viene assunta come valore assoluto, la malattia si trova a giocare un ruolo di accidente che viene ad interferire nel normale svolgersi della vita come se la norma non fosse racchiusa tra la vita e la morte. E l’ideologia medica, per il suo rifarsi ad un valore astratto e ipotetico qual è la salute come unico valore positivo, agisce da copertura a quella che l’esperienza fondamentale dell’uomo-il riconoscimento della morte come parte della vita-assumendola su di sé come oggetto di una esclusiva competenza. Essa cioè distrugge il malato nel momento in cui lo guarisce defraudandolo del suo rapporto con la propria malattia (quindi col proprio corpo) che viene vissuta come passività e dipendenza.

In questo senso il medico diventa responsabile all’insorgere di una relazione reificata tra l’uomo e la propria esperienza inducendo il malato a vivere la malattia come puro accidente oggettivabile della scienza e non come esperienza personale”.
La partecipazione dei nostri ospiti alla forma definita del nostro orto è la concreta possibilità, che è possibilità di cura, di vivere la propria malattia come “esperienza personale”.

Non chiediamo voti al nostro progetto per la somma in palio, che eventualmente sarà destinata a completare gli investimenti nel nostro progetto di ortoterapia, ma prioritariamente, attraverso il consenso che ciascuna persona vorrà darci, per far conoscere questa nostra esperienza affinché altre comunità e cooperative siano in grado di aiutare a sanare la rottura che la malattia psichica causa con il senso di sé.